L’ex boss Bonaventura si racconta da una località segreta

Quella che vi raccontiamo non è la storia di un eroe. Luigi Bonaventura da Crotone, classe 1971, ex boss di ‘Ndrangheta, sa di non esserlo, anche se le sue dichiarazioni, validate da una decina di Procure, hanno condotto in carcere e/o aggravato la posizione di oltre cinquecento persone della sua zona.

Bonaventura è un collaboratore di giustizia, escluso dal programma di protezione per una banalissima violazione (una intervista non autorizzata), che, però, continua a vivere da invisibile. La moglie e i parenti sono ancora sotto tutela dello Stato. E lui è consapevole che, prima o poi, qualcuno gli presenterà il conto del “tradimento”.

Lo abbiamo intervistato per raccontarvi la lotta alle mafie da un altro punto di vista: quello dei cd. “denuncianti”, vale a dire di coloro che decidono di cambiare vita e, da un momento all’altro, si ritrovano in un’altra città, con una identità diversa ma anche con la paura di uscire di casa per non trovarsi di fronte ai sicari. Come è avvenuto, qualche mese fa, a Pesaro…

Signor Bonaventura, perché pur conducendo una vita ritirata ed evitando di farsi vedere in volto per intuibili ragioni di sicurezza, ha deciso di esporsi e di appoggiare la Pagina Facebook “Comitato Sostenitori Collaboratori di Giustizia” e il sito https://collaboratoridigiustizia.altervista.org?

“La pagina Facebook esiste da un po’. La gestivo insieme ad un’altra persona che ha preso un’altra strada. Poi sono finito, giustamente, in carcere per pagare il mio debito con la giustizia e altri l’hanno tenuta in standby. Quando sono uscito ho impiegato un po’ di tempo per riprendermi. Negli anni la sensibilità verso i denuncianti è cambiata. Alcuni attivisti hanno anche lanciato una petizione in mio favore, raccogliendo circa ventimila firme. Questo risultato lo considero non tanto una soddisfazione personale, ma un piccolo passo verso la rivoluzione culturale cui deve andare incontro il nostro Paese. Fino a qualche anno fa nessuno avrebbe mai associato il proprio nome a quello di un collaboratore…”.

E poi cosa è accaduto?

“È avvenuto il delitto Bruzzese a Pesaro che ha creato paura ed angoscia in molte famiglie, compresa la mia. In tanti hanno deciso di darsi da fare per accendere i riflettori sui collaboratori. È stato aperto il sito https://collaboratoridigiustizia.altervista.org che sta diventando una vera e propria associazione. Si tratta del Comitato per la tutela dei diritti e della sicurezza dei Collaboratori di Giustizia e di chiunque decida di collaborare con la giustizia (testimoniando nelle aule dei tribunali), nato affinché lo Stato modifichi le attuali “leggi esistenti” in materia, ascoltando le richieste delle famiglie e dei collaboratori, garantendo in special modo la sicurezza e un degno contesto di vita ai familiari. Purtroppo, gli eventi stanno dimostrando il contrario con familiari e collaboratori assassinati, minacciati fino alle località segrete, costretti a vivere senza poter rifarsi una vita lavorativa o sociale”.

Lei attualmente dove e come vive?

“Dove non glielo posso dire. Resto un collaboratore di giustizia, nel senso che continuo dare supporto ai giudici ma sono ufficialmente fuori dal programma di protezione. Mentre, invece, non lo è mia moglie con i suoi familiari, non perché si tratti di una collaboratrice, ma alla luce dei gravi pericoli legati allo spessore criminale dei nomi che ho fatto davanti ai giudici”.

Attualmente quale è la sua condizione?

“Tecnicamente, avendo scontato le condanne residue, sono un uomo libero, ma vivo cercando di essere il più possibile invisibile”.

Come?

“Mi attengo a poche regole di buon senso. Ad esempio non svelo mai la località in cui mi trovo. Faccio una vita ritirata. So che tutto potrebbe finire da un momento all’altro. Nel contempo ho la consapevolezza di avere un preciso dovere verso la collettività”.

In che senso?

“Vede: il fatto che mi sia assunto le mie responsabilità facendo la galera non ha estinto il mio debito verso la società. Almeno dal punto di vista morale. Se ne avessi la possibilità, tornei indietro per non fare determinate scelte: ma, ormai, è troppo tardi. Ecco perché ho deciso che fino all’ultimo giorno dato mi impegnerò nel sociale per diventare una persona migliore e per evitare che altri commettano i miei stessi errori. Ecco perché vado nelle scuole dove mi invitano per portare la mia testimonianza. È il mio modo di chiedere perdono a tutti.  Voglio dare il mio modesto contributo alla lotta per la legalità, attraverso l’antimafia degli ultimi”.

Che cosa è l’antimafia degli ultimi?

“È l’azione portata avanti da chi, per i motivi più vari, si è ritrovato dalla parte sbagliata nel momento sbagliato, ma ha scelto di cambiare vita, perché la violenza e la prepotenza non portano da nessuna parte. La nostra battaglia culturale si basa su empatia, comprensione ed esempio. Noi collaboratori e denuncianti vari vogliamo far sentire la nostra voce e dare un contributo per far crescere il numero delle collaborazioni. La migliore difesa contro le mafie è la denuncia”.

Quale è la richiesta forte che lanciate allo Stato in questo momento?

“I nostri figli hanno diritto alla libertà e non alla emarginazione sociale che stanno e stiamo vivendo…”.

In concreto cosa chiedete?

“Senza avere la pretesa di indicare la strada a chi, per conto dello Stato si occupa del settore, con grande umiltà le rispondo che ci piacerebbe avere una maggiore assistenza. Vogliamo vivere in luoghi sicuri e che ci diano la possibilità di lavorare. Quando dalla sera alla mattina in un appartamento arriva una famiglia che sta sempre chiusa in casa e non ha nemmeno il nome sul citofono, uno qualche domanda se la pone. Vogliamo parlare dei documenti? Quelli che ci danno sono buoni soltanto nel territorio della regione. E poi abbiamo necessità di un lavoro. Così la gente del posto si tranquillizza e non si fa più domande strane. Noi chiediamo allo Stato una copertura efficace, anche garantendoci di andare a vivere all’estero, perché l’Italia è troppo piccola e ormai il malaffare e le mafie sono arrivate dappertutto. Ci auguriamo, infine, che sia data piena attuazione all’art. 3 della Costituzione, vale a dire al principio di uguaglianza, nel senso che non vi siano familiari di serie A e di serie B”.

Quale è l’insegnamento più importante che sta dando ai suoi figli?

“Che il male si combatte solo con il bene. E che la più grande ricchezza non è data né dal potere, né dai soldi, ma dalla libertà di sognare. Io ho conosciuto il male, ho seminato odio. Oggi, grazie al percorso che ho fatto con l’aiuto di mia moglie e dei valori che le sono stati trasmessi dai suoi cari – agli antipodi rispetto ai miei di una volta – sto vivendo una esistenza diversa. Percepisco di essere dalla parte del giusto. E questo, nonostante i pericoli che corro quotidianamente, mi fa stare bene. Mi piace trasmettere questo senso di libertà”.

Continua a leggere, scarica il pdf 19/02/19

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