La battaglia legale di Martino Scialpi non si ferma, a Roma processo a 25 potenti per il tredici negato

Il 1° novembre 1981 il Catanzaro batteva il Milano 3 a 0 in casa, il derby campano tra Napoli e Avellino si concludeva sullo 0 a 0 e la Fiorentina batteva il Torino per due reti a uno. L’allora 29enne Martino Scialpi, man mano che la radiolina diffondeva i risultati della schedina del totocalcio, sentiva il cuore battere sempre più forte. Uno dopo l’altro aveva indovinato tutti i finali.

Un 13 non era cosa da poco. Quello totalizzato dal giovane valeva un miliardo di lire. Una cifra considerevole che, in teoria, avrebbe cambiato la sua vita e dei suoi familiari.

La storia, però, a questo punto ha preso una piega paradossale, perché la vincita non è stata mai pagata e l’entusiasmo del momento si è trasformato in rabbia per un incubo giudiziario lungo 38 anni, con 50 procedimenti penali e civili a Bari, Roma, Potenza, Taranto e Perugia, un paio di assoluzioni, sentenze favorevoli di vario genere, finanche in Cassazione.

Il martedì successivo, infatti, il giovane pugliese, nel controllare il giornale, si rese conto che non vi era traccia della sua vincita.

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