Tagliareni si affida alla Legge Pinto

Nuovo capitolo della telenovela che ha come protagonista Enzo Tagliareni, l’astigiano condannato al carcere per una richiesta di gratuito patrocinio (mai ottenuto) e sul quale pende la spada di Damocle di un ordine di carcerazione sospeso.

L’uomo, ex impresario edile, penalizzato dal redditometro, in ha deciso di fare causa allo Stato per l’ingiusta durata del processo.

L’avvocato Manuela Lessio del Foro di Alessandria ha, infatti, appena depositato un ricorso alla Corte d’appello di Torino, competente per territorio, ai sensi della cosiddetta “Legge Pinto”.

La controparte sarà il Ministero della Giustizia in persona del Ministro Bonafede, domiciliato per legge presso l’Avvocatura dello Stato di Torino.

Tagliareni – che, nel frattempo, alla luce del suo impegno contro i soprusi della Pubblica Amministrazione, è stato nominato dal presidente nazionale Marco Paccagnella, Coordinatore nazionale di Federcontribuenti Italia – intende chiedere il risarcimento dei danni morali subiti per la durata del processo instaurato innanzi al Tribunale di Asti nel 2010 e terminato, in secondo grado, con sentenza della Corte d’Appello di Torino nel 2018.

Sempre nello stesso anno l’imputato ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa in secondo grado, ma la Suprema Corte ne ha dichiarato l’inammissibilità, facendo diventare definitiva la condanna.

Ora, tra il decreto che ha disposto il giudizio e la data di deposito dell’ultimo atto processuale in sede di legittimità, sono trascorsi 8 anni. “Questo termine – sottolineano con forza l’avvocato ed il suo assistito, deciso, almeno, a rivalersi per la sofferenza patita – rappresenta una palese violazione del principio di ragionevole durata del processo”.

La Legge Pinto prevede che la durata ragionevole del processo debba essere contenuta in anni 6 complessivi, di cui 3 per il primo grado, 2 per il secondo grado ed 1 per il giudizio di legittimità.

“È  palese – dicono – che il processo di secondo grado, tra deposito dell’atto di appello e sentenza, è durato 7 anni, termine ben superiore alle previsioni legislative.  Il processo, in grado di appello, è durato, quindi, 5 anni in più di quanto statuito dalle norme, portando il procedimento in parola, nei tre gradi di giudizio, a durare 2 anni in più rispetto agli obblighi di legge”.

In base ai parametri della Pinto, Tagliareni ha diritto ad ottenere l’equa riparazione per i danni subiti, “in quanto la durata del suddetto processo non trova giustificazione né nella complessità dell’istruttoria, né nella condotta delle parti. Il processo, infatti, si è svolto su base documentale”.

Ma ci sarebbe anche è una oggettiva responsabilità del Ministero della Giustizia che avrebbe violato il termine ragionevole di durata del procedimento in esame. “Per attribuire tale forma di responsabilità al Ministero – scrive la professionista nel libello introduttivo – non occorre provarne la colpa ex art 2043 del codice civile, ma è sufficiente provare il dato oggettivo del tempo in eccesso trascorso dall’inizio del procedimento. Il presupposto della responsabilità del Ministero risiede nella violazione del termine ragionevole di durata del processo. Anche i procedimenti complessi e quelli in cui le parti abbiano tenuto un comportamento defatigatorio soggiacciono alla norma, che ne impone la definizione in un tempo ragionevole, in quanto, secondo un principio enunciato dalle Sezioni Unite, il Giudice deve fare fronte alla complessità del caso con un più risoluto ed incisivo impegno, e, al comportamento defatigatorio delle parti, con l’attivazione dei rimedi all’uopo previsti”.

Mentre il giudizio di primo grado si è concluso nel termine ragionevole previsto, dinanzi alla Corte d’Appello, il processo è, infatti, rimasto inspiegabilmente “congelato. Di conseguenza il diritto di Tagliareni “è stato ingiustamente compresso e lo stesso ha finito con vedersi arrecato un danno ingiusto ed irreparabile, connesso alla durata del giudizio di secondo grado e, conseguentemente, alla durata complessiva del procedimento”

“Il processo penale, oggetto del nostro giudizio – taglia corto l’avvocato Lessio –  non è stato conforme all’art. 6 par. 1 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo con specifico riferimento al termine ragionevole di durata, essendo il processo fondato su prove documentali ed avendo l’imputato tenuto un consono comportamento processuale, per cui il ritardo nell’espletamento del giudizio di secondo grado non è in alcun modo dovuto a condotte dell’imputato. Le Sezioni Unite della Suprema Corte, in modo conforme ai principi elaborati in materia dalla Corte di Strasburgo, hanno precisato che, allorquando venga accertata la violazione del termine ragionevole di durata del procedimento, il danno non patrimoniale deve presumersi esistente, a meno che, per la particolarità della fattispecie, possa rivelarsi inesistente”.

L’indennità, prevista per legge, allieverà, anche se di poco, la sofferenza patita dall’uomo per una condanna detentiva che fa a pugni con la benevolenza che lo Stato riserva agli autori di reati ben più gravi di quello per il quale il povero Tagliareni, per un eccesso di leggerezza, è finito sul banco degli imputati.

Download “5 giugno La Voce dei Cittadini in pdf” 5-giugno-2019-La-voce-dei-cittadini.pdf – Scaricato 5 volte – 2 MB

Unisciti al coro!
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: